Lavinia Marchetti

UN PENSIERO PER LE BAMBINE UCCISE A MINAB E PER TUTTE LE VITE SPEZZATE TROPPO PRESTO DA INFAMI MACELLAI.

La terra, nel suo muto e ancestrale rigore, non conosce l’ambiguità della dialettica. Non comprende il peso delle parole “deliberato” o “collaterale”, che risuonano asettiche nei palazzi del potere. La terra accoglie, semplicemente, il peso di ciò che le viene restituito troppo presto.

Le immagini che giungono da Minab ci consegnano squarci, dall’alto. quelle file ordinate di fosse sembrano i righi di un quaderno intonso, lo stesso su cui centosessantotto ragazze avrebbero dovuto scrivere il proprio futuro. Invece, tra quei solchi scavati meccanicamente nella polvere iraniana, si deposita il silenzio di una generazione spezzata.

Era il 28 febbraio quando il fragore delle armi ha interrotto il battito di una scuola. Mentre la diplomazia internazionale si interroga, mentre Volker Türk invoca una giustizia che fatica a trovare dimora e Marco Rubio tenta di perimetrare la responsabilità dietro lo scudo dell’errore tattico, la realtà si fa prima corpo e poi ombra. In una piazza gremita di lacrime.

In questo martedì di marzo, il mondo osserva questo ricamo di terra scura, questo spaccato di assenze e dolore. E resta, ancora una volta, l’interrogativo di quale civiltà stiamo creando, di quale apocalisse parleremo domani.

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